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Esperienze già attuate in alcuni Comuni italiani:
Nota di redazione:
Il Progetto "Città amiche delle bambine e
dei bambini" aveva avuto un grosso impulso, presso i
Comuni italiani, fino a qualche anno fa. Nella nostra
ricerca su internet abbiamo trovato molte delle pagine
dei progetti non più attive. Questi che segnaliamo sono
invece progetti ancora in corso
L’Eurispes
e il Telefono Azzurro
presentano il 9°
Rapporto nazionale sulla
condizione dell’infanzia
e dell’adolescenza
È un Rapporto, quello
realizzato dall’Eurispes
e dal Telefono Azzurro,
che si pone come un
valido strumento di
conoscenza delle
principali
trasformazioni, delle
linee di tendenza, delle
potenzialità e dei
rischi che
caratterizzano l’età
evolutiva nel nostro
Paese. Un’indagine utile
per conoscere più da
vicino gli adulti di
domani e per sostenerli
in una quotidianità a
volte troppo frammentata
e multiforme.
Le 40 schede che
compongono il Rapporto
approfondiscono
macro-tematiche che
vanno dall’abuso al
disagio, dalla salute ai
principali cambiamenti
intervenuti a modificare
taluni comportamenti
delle agenzie di senso e
di orientamento come la
famiglia e la scuola, ma
anche i luoghi della
cultura e della
fruizione del tempo
libero.
Le due grandi indagini
svolte all’interno del
mondo scolastico hanno
interessato circa 6.000
bambini e ragazzi in 41
scuole di ogni ordine e
grado. L’Identikit del
bambino è stato
tracciato attraverso un
questionario
somministrato a bambini
con un’età compresa tra
i 7 e gli 11 anni,
frequentanti la terza,
quarta e quinta classe
della scuola primaria e
la prima classe della
scuola secondaria di I
grado. L’Identikit
dell’adolescente,
invece, ha raccolto gli
orientamenti dei ragazzi
dai 12 ai 19 anni,
frequentanti la seconda
e la terza classe della
scuola secondaria di I
grado o una delle cinque
classi della scuola
secondaria di 2° grado.
I questionari analizzati
sono stati 2.812 per
quanto riguarda
l’infanzia e 2.991 per
l’adolescenza.
«Se negli anni Sessanta
e Settanta – dichiara il
Prof. Gian Maria Fara,
Presidente dell’Eurispes
– si è assistito ad una
rivoluzione di pensiero
e di costume, oggi ci
troviamo di fronte ad
una rivoluzione
“liquida” degli
strumenti e dei modi di
comunicare. E come tutti
i cambiamenti si vivono,
ma non li si comprende
completamente nel
viverli. Occorre
fermarsi e osservare,
guardarsi magari
indietro, estraniarsi
dai fatti e
intraprendere percorsi
conoscitivi scientifici.
Ed è proprio lo spirito
critico – e quanto più
possibile scevro da
influenze esterne – del
ricercatore che muove e
anima il nostro impegno.
Le caratteristiche della
Rete sono
contraddittorie. Se da
un lato è lo spazio
dello scambio, della
conoscenza,
dell’incontro,
dall’altro rischia di
essere un luogo di
solitudine, di persone
che sole stanno davanti
al proprio PC o al
display del telefonino.
La si potrebbe definire
una forma di
“socializzazione
solitaria”. Consapevoli
del fatto che i propri
genitori non capiscono
bene o non conoscono
affatto l’utilizzo di
Internet, i giovani
trovano in esso uno
spazio “a prova di
adulto”. Ciò fa sì che
l’utilizzo delle
tecnologie tracci,
all’interno delle mura
domestiche, una sorta di
“zona franca” il cui
accesso ai genitori è
spesso precluso.
D’altra parte, è anche
vero che i nuovi media e
la Rete hanno creato e
continuano a forgiare
una nuova leva di
cittadini. Se Internet è
il luogo della
comunicazione globale e
democratica è pure vero
che i più giovani
trovano altre modalità
rispetto al passato di
rappresentarsi, di
confrontarsi, di
esprimere le proprie
opinioni e la propria
personalità. Divenuti
diffidenti nei confronti
dei mezzi di
comunicazione
tradizionali, o meglio
nei confronti dei
contenuti da essi
proposti, si allontanano
da un certo tipo di
informazione
eterodiretta e vanno a
formare, all’interno di
quella che è ormai una
opinione pubblica
reticolare, una
estensione parallela. Un
gruppo di pressione
nella nuova agorà
virtuale che segna il
passaggio dalla piazza
alla Rete, che si fa
portatore, attraverso il
confronto, delle istanze
e dei cambiamenti propri
di una delle età più
creative, sofferte e
partecipate della vita.
Quello che occorre
riattivare – conclude il
Presidente dell’Eurispes
– sono i comportamenti
fuori dal coro, intesi
come la capacità di
elevarsi da una certa
propensione
all’omologazione. È
necessario che siano gli
adulti, intesi in una
concezione più ampia
come le Istituzioni, la
politica, il corpo
sociale ad appropriarsi
di nuove conoscenze e
dotarsi degli strumenti
più adatti per aprire il
dialogo con le nuove
generazioni».
«Una prima chiave di
lettura utile da cui
partire – dichiara il
Prof. Ernesto Caffo,
Presidente di Telefono
Azzurro – è la
percezione che di questo
mondo in movimento hanno
i bambini. Dobbiamo
considerare che questa
generazione di bambini
non percepisce la
maggior parte dei
cambiamenti come novità,
avendo imparato a
conviverci fin dalla
nascita: parliamo di
bambini abituati a
viaggiare, ad andare
sulla Rete, a comunicare
in modo nuovo, a
incontrare anche a
scuola persone
provenienti da altri
Paesi. Sono invece gli
adulti ad essere spesso
inadeguati al
cambiamento e
impreparati di fronte
alle mutazioni in atto.
I bambini invece
avrebbero bisogno di
adulti mediatori,
soprattutto a fronte di
ciò che non possono
comprendere fino in
fondo e soprattutto a
fronte delle emergenze
che possono
destabilizzare o mettere
in pericolo la loro
infanzia. Non sorprende
allora che da questo
Rapporto emergano paure
dei bambini e degli
adolescenti come quella
di essere rapiti,
violentati, di essere
avvicinati da persone
sconosciute, o quelle di
eventi traumatici come
gli attentati
terroristici. A fronte
di ciò – prosegue il
Prof. Caffo – i bambini
percepiscono gli adulti
come non aggiornati,
disinformati o peggio
ancora “disinformatizzati”,
e per questo motivo non
sempre capaci di
aiutarli a far fronte ai
nuovi rischi, fra i
quali quelli presenti su
Internet: le cyberdroghe,
i blog ed i forum che
propagandano anoressia e
bulimia, o i contenitori
dove “reclamizzare” i
propri atti di bullismo.
Da dove ripartire
allora? Chi, come
Telefono Azzurro, è
abituato all’ascolto dei
bambini e degli
adolescenti, sa che
bisogna ripartire
proprio da qui. Saper
ascoltare, anche perché
(e questo è un altro
particolare che emerge
dal Rapporto) bambini e
adolescenti di oggi
hanno punti di vista,
competenze relazionali e
risorse che vanno
conosciute, valorizzate
e di cui va fatta
maggiore “pubblicità”:
sono curiosi e
desiderosi di
partecipare attivamente
alle decisioni che li
riguardano e che ad
esempio coinvolgono la
comunità in cui vivono.
Il quadro che emerge ci
dice soprattutto una
cosa: se la priorità
degli adulti in genere
deve esser quella di
riprendersi il proprio
ruolo educativo, la
priorità delle
Istituzioni deve essere
parimenti quella di dar
vita a vere politiche
dell’infanzia che
facciano del bambino un
soggetto di diritti».
I BAMBINI
Un PC per tutti. Il
73,4% dei bambini ha un
computer. Il 60,6% ha,
in casa, una console
portatile/videogioco, il
58,6% dispone di un
telefono cellulare, il
56,3% utilizza, oltre al
PC, anche il
collegamento ad
Internet, il 56,2% ha un
lettore di musica Mp3 e
solo il 25,3% possiede
un televisore al plasma
con maxischermo, contro
un 64,2% che continua a
guardare i programmi
televisivi attraverso un
apparecchio
tradizionale.
Qual è il medium più
utilizzato? La
televisione suscita
ancora un forte fascino:
il 10,9% la guarda per
più di quattro ore al
giorno, il 31,9% fino ad
un’ora, il 31,5% da una
a due ore, il 13,7% da
due a quattro ore e,
significativamente,
solamente il 4,7%
afferma di non
guardarla.
A seguire, e in stretta
connessione con l’uso
della Tv, il lettore Dvd
viene utilizzato fino ad
un’ora dal 33,3% dei
bambini, da una a due
ore dal 26,5% di essi,
mentre il 19,8% dichiara
di non utilizzarlo.
Il 21,1% dei piccoli non
impiega il proprio tempo
libero davanti ai
videogiochi, contro il
32,4% che vi trascorre
massimo un’ora e il 19%
da una a due ore.
Il computer viene
utilizzato
quotidianamente dal
38,4% dei bambini per
circa un’ora, dal 16,7%
fino a due ore al giorno
e si attesta al 22,9% la
quota di piccoli che non
ne fanno uso.
Il 39,1% non utilizza
lettori di musica Mp3,
contro il 9,3% che li
ascolta da una a due ore
al giorno. Una
percentuale ancora più
elevata di bambini, pari
al 45,3%, rivela di non
navigare in Internet,
contro il 22,1% che lo
fa al massimo per un’ora
al giorno e il 10,7% che
visita la Rete da una a
due ore al giorno,
mentre il 5,5% dei
piccoli la utilizza fra
le due e le quattro ore
e il 5,4% per più di
quattro ore al giorno.
Infine, il 46,3%
dichiara di non
utilizzare affatto il
cellulare o il
videotelefonino,
probabilmente perché non
è stata raggiunta ancora
un’età tale da
giustificare un uso
massiccio del telefono
cellulare. Esso viene
adoperato, invece, fino
ad un’ora dal 28,3% dei
piccoli e dal 7,7% per
un massimo di due ore.
L’età per imparare a
navigare. Il 47,5% dei
bambini ha imparato a
navigare tra i 9 e gli
11 anni, mentre è pari a
38,5% la percentuale di
quanti hanno mosso i
primi passi nella Rete
ancora più precocemente,
tra i 6 e gli 8 anni. Si
naviga in Rete
soprattutto per
ricercare informazioni
(58,7%), giocare
(56,5%), scaricare
musica (49,2%),
ricercare materiale per
lo studio (45,5%),
fruire di filmati su
YouTube (44,6%),
comunicare attraverso
chat (33,1%),
partecipare a giochi di
ruolo (24,1%), leggere
blog (22,2%),
partecipare a forum di
personale interesse
(18,9%) e acquistare
prodotti on-line
(11,1%).
I padri: i più
alfabetizzati e
competenti sull’uso di
Internet. I più
alfabetizzati risultano
essere i padri (36%),
seguiti da insegnanti
(32,9%), fratelli
maggiori (27,9%), amici
(21,2%), madri (15,5%),
fratelli minori (7,2%) e
nonni (5,5%).
A portata di cellulare.
Il 57,5% dei bambini
possiede un cellulare,
contro il 36,6% che non
ne dispone ancora. Il
40% dichiara di
possedere un cellulare,
il 7,1% un
video-telefonino, il
5,9% di averne più di
uno, il 3,1% un
cellulare Umts e l’1,4%
uno smart-phone.
Tra gli 8 e i 9 anni il
primo telefonino. Avere
un telefonino è normale
già nell’età compresa
tra gli 8 e i 9 anni
(34,9%), seguita da
quella subito superiore,
tra i 10 e gli 11 anni
(23,3%). D’altra parte,
il 17,6% dei bambini
dichiara di aver
ricevuto il cellulare in
un’età compresa tra i 6
e i 7 anni, mentre il
10,1% ha avuto il
cellulare prima dei 6
anni.
Perché i bambini usano
il cellulare?
Soprattutto per chiamare
i genitori (73,7%), ma
anche per scattare
fotografie (61,3%),
chiamare gli amici ed
inviare sms (58,6%),
giocare (56%), per
girare filmati (49,5%),
per fare squilli
(44,9%), per inviare mms
(33,2%), per scaricare
loghi e suonerie
(26,3%), per guardare
programmi televisivi
(16,5% ) e per navigare
in Rete (12,8%).
I videogiochi
pericolosi: sempre più
spesso tra le mani dei
maschietti. La
percentuale di quanti
confessano di aver
giocato con videogiochi
inadatti (47,6%) supera
di 0,6 punti percentuali
quella relativa al
gruppo di bambini che,
invece, sostengono il
contrario (47%). Inoltre
sono, soprattutto, i
maschi ad affermare di
avere trascorso il
proprio tempo con
videogiochi non adatti
alla loro età (64,2% dei
maschi vs il 31,6% delle
femmine).
I piccoli sono
consapevoli del fatto
che i videogiochi
violenti non sono adatti
per loro (38,5%), il
22,4%, invece, li reputa
divertenti. Un bambino
su cinque (20,9%)
afferma che giocare con
videogiochi violenti
porta a comportarsi in
modo violento. Segue il
gruppo di quanti
sostengono che i
videogiochi violenti
servano per scaricare la
rabbia (8,5%) mentre il
4,8% ritiene che
facciano provare un
senso di forza e
potenza.
Quanto infastidiscono le
scene violente trasmesse
dai media? Il 59,8% è
poco (20,6%) o per nulla
(39,2%) turbato se vede
immagini di zombie e
mostri sullo schermo
(contro il 32,3% che si
dice, invece, abbastanza
o molto infastidito). Il
53,8% dei bambini si
dice poco (17,4%) o per
nulla (36,4%) spaventato
da immagini di guerra
(contro il 38,3% che si
dice, invece, molto e
abbastanza turbato).
Inoltre, il 49,7% del
campione dice di
mostrare poco (17,2%) o
nessun (32,5%) fastidio
nei confronti di
immagini di sangue e
ferite (contro il 42,6%
che sostiene il
contrario). Il 47,9% dei
bambini invece mostra
poco (15,1%) o per nulla
(32,8%) fastidio se
sullo schermo vede
persone che litigano in
maniera accesa (contro
il 42,9% che si dice
molto o abbastanza
infastidito); il 47,8%
dei bambini è poco
(16,9%) o per nulla
(30,9%) infastidito da
scene di violenza
(contro il 45,2% che
afferma il contrario);
il 46,6% è poco (14,6%)
o per nulla (32%)
turbato se assiste a
volgarità e parolacce
(contro il 44,3% che
sostiene il contrario);
il 46,5% mostra poco
(13,3%) o per nulla
(33,2%) fastidio se vede
sullo schermo immagini
di sesso (contro il
45,3% che si dice molto
o abbastanza turbato).
Le scene di morte sono
quelle che fanno più
paura. Il 46,8% dei
piccoli si dice molto
(31,9%) e abbastanza
(14,9%) infastidito da
questo tipo di scene
contro il 45,3% di
quanti, invece, si
dichiarano poco (15,8%)
o per nulla (29,5%)
turbati.
Cosa è il bullismo per i
bambini? Per il 59,9%
dei bambini il bullismo
è una prepotenza contro
un compagno più debole
che si ripete spesso;
per il 17,7% si tratta
di un’azione che va
contro la legge. In
pochi manifestano una
posizione più
“indulgente”: per il
7,3% si tratta di un
gioco tra compagni, per
il 6% di un litigio o
una presa in giro.
Gli atti di bullismo più
diffusi: i brutti
scherzi. Oltre un quarto
dei piccoli è stato
ripetutamente vittima di
brutti scherzi (27,8%),
seguono le provocazioni
e le prese in giro
(26,6%) e le offese
immotivate (25,6%). Il
17,6% è stato invece
continuamente escluso ed
isolato dal gruppo. Nel
13,5% dei casi i bambini
riferiscono di aver
subìto furti di oggetti
o cibo (13,5%), percosse
(11,5%), minacce
(11,1%), ma anche furti
di denaro (4,7%). Sono
soprattutto i maschi ad
aver subìto
ripetutamente minacce
(15,4% contro 7%),
percosse (14,8% contro
8,2%), provocazioni e/o
prese in giro (29,5%
contro 23,8%), brutti
scherzi (29,9% contro
25,9%), offese
immotivate (27,4% contro
23,8%), furti di
oggetti/cibo (14,8%
contro 12,3%). Le
bambine invece si
trovano con più
frequenza a dover subire
l’esclusione e
isolamento dal gruppo
(20,2% vs 14,9%).
Il bullo è tra i
coetanei. Fra i bambini
che sono stati vittima
di atti di bullismo la
percentuale più elevata
riferisce di essere
stata presa di mira da
un bambino della sua età
(17,8%); in altri casi è
responsabile un ragazzo
più grande (9,7%), un
gruppo di maschi (6,2%),
una coetanea (5,3%), un
gruppo misto (4,5%).
Come reagisce la vittima
di fronte al bullo. Sono
in molti a non reagire
(16,3%). D’altra parte,
il 13,2% dei bambini ha
avvertito un insegnante
o il Dirigente
scolastico, l’11,7% ha
detto al bullo di
smetterla, il 9,8% è
addirittura venuto alle
mani, l’8,4% ha
avvertito i suoi
genitori, il 7,5% ha
chiesto l’aiuto di altri
compagni, il 5,9% è
fuggito, il 3,6% si è
messo a piangere. Circa
un bambino vittima di
bullismo su quattro
dichiara quindi di aver
adottato un
atteggiamento passivo di
fronte agli atti di
prepotenza; un bambino
su cinque ha invece
reagito attivamente da
solo, a parole o con uno
scontro fisico. La
maggior parte (29,1%) ha
però preferito chiedere
un aiuto esterno ai
propri coetanei o, più
spesso, ad un adulto, in
ambito scolastico o
famigliare.
Le maggiori differenze
tra bambini e bambine si
riscontrano nel fatto
che, prevedibilmente, i
maschi vengono alle mani
con il bullo più spesso
rispetto alle femmine
(14,1% contro 5,5%),
mentre le femmine
avvertono i loro
genitori con maggior
frequenza (11,1% contro
il 5,7% dei maschi).
Che cosa prova un
bambino di fronte ad un
episodio di bullismo? La
rabbia è il sentimento
che più comunemente i
giovanissimi (31%)
avvertono quando si
trovano a dover
affrontare una
situazione di prepotenza
ai danni di propri
coetanei. Molti bambini
affermano, inoltre, di
provare pena per la
vittima (28,8%) e paura
(18,1%). Sostengono di
provare divertimento e
invidia per il bullo,
invece, rispettivamente
il 2,2% e l’1,9% dei
bambini interpellati.
Come si comporta chi
assiste ad episodi di
bullismo? Il 17,7% dei
bambini afferma che,
innanzi ad azioni di
prepotenza, i propri
compagni di scuola si
spaventano mentre nel
16,5% dei casi il
comportamento adottato è
quello di chiedere aiuto
ai più grandi. Il 15,2%
dei bambini dichiara che
tra compagni si
manifesta spesso un
atteggiamento di
disapprovazione che li
spinge ad aiutare la
vittima. All’incirca un
bambino su dieci (9,5%)
sostiene, al contrario,
che i propri compagni si
divertono innanzi a
scene di bullismo, il
5,1% che vige
l’indifferenza mentre il
4% sostiene che i
compagni disapprovano il
gesto ma non agiscono
per contrastarlo. Solo
il 2,4% confessa che i
propri compagni
reagiscono dando man
forte al bullo.
Che cosa si può fare per
fermare il bullismo? I
bambini ritengono che la
soluzione al fenomeno
sia quella di appellarsi
al mondo degli adulti
(32,1%). Un bambino su
cinque circa (21,5%),
invece, pensa che
parlare con il bullo per
convincerlo a non agire
più con prepotenza sia
l’unico modo per
arginare il fenomeno.
Segue il gruppo di
minori a favore di una
punizione per il bullo
(17,7%) e di quanti
credono sia necessario
agire in gruppo per
sostenere la vittima
ogni qualvolta si
verifichino episodi di
prepotenza gratuita
(10,6%). Solo il 3,3%
pensa che il fenomeno
possa essere fermato
convincendo la vittima a
reagire.
A scuola si verificano
episodi di bullismo? I
bambini a cui è capitato
di assistere ad episodi
di bullismo a scuola
sono meno di un terzo
del totale (30%); il
66,3% dichiara invece di
non aver mai assistito a
questi episodi.
In quale modo
intervengono gli
insegnanti? Quando si
trovano di fronte ad
episodi di bullismo,
generalmente gli
insegnanti intervengono
rimproverando i
responsabili (26,1%),
prendendo provvedimenti
disciplinari (19,6%),
parlandone con i
genitori (16,6%). Nel
9,2% dei casi i docenti
espongono il problema al
Dirigente scolastico.
Comunque, il 6,3% dei
bambini afferma che gli
insegnanti non si
accorgono di nulla, il
2,8% riferisce invece
che non intervengono.
Le campagne antibullismo
a scuola. Più della metà
dei minori (56,2%)
riferisce che a scuola
gli insegnanti hanno
parlato di bullismo.
Significativa, d’altra
parte, la percentuale
dei casi in cui
l’argomento non è stato
affrontato (39,9%). I
bambini che riferiscono
di aver sentito parlare
di bullismo dai loro
insegnanti a scuola sono
decisamente numerosi al
Sud (72,3%) ed al Centro
(64,8%).
Ti capita di aver paura
di… La paura di essere
rapito si attesta in
cima alla classifica con
il 22,6%. Il 16,3% dei
bambini ha poi paura di
essere avvicinato da
persone sconosciute, il
16,2% di essere
coinvolto in attentati
terroristici, il 13,9%
di perdersi, il 13,5% di
assistere a scene
violente, il 12,6% di
rimanere solo in casa e
di essere picchiato da
altri bambini/ragazzi.
Quanti bambini si sono
sentiti in pericolo?
Nonostante più della
metà dei piccoli (56,7%)
sostenga di non essersi
mai sentito in pericolo,
il 38,3% di essi
confessa di essere stato
protagonista di una
situazione in cui si è
sentito messo a rischio
o ha dovuto fronteggiare
una situazione di
emergenza. Il 39,2% dei
bambini non si è sentito
al sicuro andando in
giro per la città, il
23,8% restando a casa,
il 14,5% non sa o
preferisce non
rispondere, il 10,1% a
scuola, il 7,6% ha
risposto “altro” (in
vacanza, al mare, al
supermercato) e il 4,8%
si è sentito in pericolo
navigando in Internet.
I genitori: i principali
punti di riferimento
nelle situazioni di
emergenza. Il 42% dei
bambini ha risposto di
essersi rivolto ai
genitori o comunque ad
una figura adulta degna
di fiducia, il 14% ha
conservato il segreto,
decidendo di non
parlarne con nessuno, il
9,5% ha preferito
contare sulle proprie
forze, difendendosi da
solo, il 6,9% ha
confidato l’accaduto ad
un amico e una minoranza
(il 3,2%) ha chiamato un
numero di emergenza.
Come si comportano i
bambini se uno
sconosciuto in macchina
offre loro un passaggio.
Il 49,8% non
accetterebbe e andrebbe
via, il 22,7%
aumenterebbe il passo,
ignorando lo
sconosciuto, il 16%
direbbe all’uomo di
aspettare e andrebbe a
chiamare un genitore, il
5,9% non sa come si
comporterebbe in una
situazione simile o
preferisce non
rispondere al quesito,
il 2,9% accetterebbe il
passaggio e salirebbe in
macchina.
I bambini stranieri
nelle classi italiane.
La percentuale di classi
nelle quali è iscritto
almeno un bambino
straniero si avvicina
molto al 62% (61,6%),
superando di oltre 26
punti percentuali la
frequenza rilevata per
le classi nelle quali
non è presente alcun
bambino di nazionalità
diversa da quella
italiana (35,6%). Nel
25,8% dei casi si tratta
di realtà scolastiche
che ospitano quattro
(4,6%) o più (21,2%)
bambini di diversa
nazionalità per classe.
I valori calano
lievemente per le aule
in cui a seguire le
lezioni vi sono da uno a
tre alunni provenienti
da altri paesi (uno:
19,1%; due: 12,6%; tre:
4,1%).
Nel Nord-Ovest e nelle
Isole la presenza più
consistente. Sono più di
quattro i bambini di
nazionalità straniera
nelle aule scolastiche
nel Nord-Ovest (42,7%) e
nelle Isole (34,6%),
seguite dalle regioni
del Nord-Est (21,9%).
Nel Centro Italia,
invece, è
particolarmente elevata
la percentuale di aule
nelle quali non vi è
alcun bambino
proveniente da altri
paesi europei o
extra-europei (51,2%).
Si discostano, con il
5,3% in meno, le regioni
del Sud e le Isole,
entrambe con una
percentuale pari al
45,9%.
Il livello di
integrazione dei
compagni stranieri. Il
66% delle volte i
bambini di nazionalità
diversa da quella
italiana, dopo aver
superato l’iniziale e
fisiologico periodo di
adattamento, si sentono
perfettamente a loro
agio in classe. A tale
dato, va aggiunta la
percentuale del 12,5%
dei casi in cui il
bambino non avverte
affatto i problemi
legati all’integrazione
e, fin dal primo
momento, non incontra
alcun ostacolo nel
relazionarsi con gli
altri compagni.
Percentuali decisamente
meno elevate
caratterizzano, invece,
situazioni in cui i
bambini stranieri
faticano ad integrarsi
con i compagni (8,3%) o,
viste le difficoltà
incontrate, decidono di
abbandonare la scuola
(1,4%).
Tra alunni italiani e
stranieri l’amicizia è
il legame prevalente. La
maggioranza ha
dichiarato di aver
instaurato un rapporto
di amicizia (54,8%) e di
provare simpatia (12,6%)
o interesse (2,5%). Ma
ci sono anche casi in
cui il processo di
integrazione si scontra
con sentimenti meno
cosmopoliti: il 3,4% dei
bambini intervistati si
dimostra indifferente
nei confronti dei
compagni stranieri,
oppure prova fastidio
(1,3%), paura o
antipatia (1%). Inoltre,
il 17% del campione
varia il suo
comportamento e la
natura dei sentimenti in
funzione dei diversi
casi particolari.
La scuola come
laboratorio di
integrazione. Nel 52,6%
dei casi la scuola
organizza iniziative che
facilitano l’accoglienza
e l’inserimento dei
bambini provenienti da
altri paesi e solo nel
10,9% delle volte si è
constatata una carenza
di questo tipo. Appare,
poi, particolarmente
elevata la percentuale
dei piccoli intervistati
che dichiara di non
sapere se all’interno
della scuola vengano
portati avanti progetti
in tal senso (30,7%), a
cui si può aggiungere il
5,8% di coloro che non
ha espresso alcuna
opinione in proposito.
Uomo e donna hanno ruoli
paritari? Secondo il
60,4% dei bambini tra i
7 e gli 11 anni, uomo e
donna dovrebbero
collaborare nello
svolgimento dei compiti
all’interno della
famiglia. Percentuali
più irrisorie indicano,
invece, che le attività
domestiche e le
responsabilità familiari
dovrebbero essere
parzialmente (10,2%) o
completamente distinte
(6,4%).
La carriera è donna? Il
56,4% dei bambini
ritiene che fare
carriera sia importante
tanto per l’uomo quanto
per la donna. Quasi il
70% (67,2%) del campione
ritiene che non vi
debbano essere
differenze tra i sessi
nella scelta delle
attività lavorative,
poiché la donna può
essere brava quanto un
uomo in ogni ambito. In
funzione di questo, il
57% afferma, inoltre,
che le posizioni di
potere in ambito
aziendale o politico
possano essere ricoperte
da entrambi i sessi. Ma
il 61,6% si dichiara
molto (31%) o abbastanza
(30,6%) d’accordo sul
fatto che spetti alla
donna il compito di
curare la casa e che la
sua piena realizzazione
sia nell’ambito
familiare (68,9%); così
come il 51,2% crede che
la donna dovrebbe
pensare di abbandonare
il suo lavoro nel
momento in cui la coppia
decide di mettere al
mondo dei figli.
Quanto è insolito
l’uomo-casalingo o la
donna-militare? Per la
maggior parte dei
bambini non vi è niente
di strano nel fatto che
un uomo si cimenti con
attività casalinghe come
cucinare (75,3%) o fare
le pulizie (59,7%). Allo
stesso modo, non è
affatto curioso che una
donna si arruoli
nell’esercito (55,2%) o
che aspiri a salire al
Quirinale (67%). Inoltre
il 50,6% dei bambini
afferma di non trovare
strano che un uomo studi
danza, così come che una
donna giochi a calcio
(68,9%).
I bambini sono
soddisfatti della città
in cui vivono? I bambini
si trovano bene nelle
città in cui vivono
(96,2%), ma, allo stesso
tempo, riconoscono
l’esistenza di
problematiche che non
rendono ottimali le
condizioni di vita
all’interno dei contesti
urbani. Infatti, essi
rivelano che nelle loro
città c’è traffico
(abbastanza 32,5%, molto
26,1%) e inquinamento
(abbastanza 29,3%, molto
26,8%).
Il mondo dei grandi
attraverso gli occhi dei
bambini. I piccoli hanno
una buona considerazione
degli altri. In
particolare, credono che
il loro parere venga
preso in considerazione
(abbastanza 38,9% e
molto 16,9%) e che gli
abitanti siano solidali
tra loro (abbastanza
43,3% e molto 27,2%).
Infatti, secondo quanto
affermato dalla
maggioranza dei piccoli,
le persone non vivono
isolate (per niente
53,6% e poco 29,5%) e
non ci sono soggetti
pericolosi (per niente
21,1% e poco 33%).
Inoltre, essi dichiarano
che nelle loro città ci
sono spazi in cui
muoversi liberamente
anche senza il controllo
di adulti (abbastanza
32,5% e molto 16,7%).
Che cosa manca nella
città a misura di
bambino? I bambini sono
soddisfatti della
presenza, nelle loro
città, di spazi verdi
(abbastanza 36% e molto
24,9%), di parchi giochi
(abbastanza 36,5% e
molto 21,8%), di
attrezzature sportive
(abbastanza 38,3% e
molto 30,5%) e di
iniziative culturali
(abbastanza 34,1% e
molto 21%). Al
contrario, essi
dichiarano di non avere
a disposizione
biblioteche (51,6%, di
cui per niente 19,4% e
poche 32,2%) in cui
poter leggere e
arricchirsi
culturalmente e spazi in
cui sono presenti
postazioni Internet
disponibili a tutti
(58,1%, di cui per
niente 27,7% e poco
30,4%).
I bambini: cittadini
attivi per un futuro
sostenibile ed equo. Ben
il 62,2% vorrebbe
partecipare alle
decisioni che riguardano
la propria città. Solo
una piccola percentuale
di giovanissimi non è
interessata o crede che
sia compito degli adulti
proporre soluzioni volte
al miglioramento delle
condizioni di vita nei
contesti urbani (in
entrambi i casi il
18,2%).
La “città dei bambini”
ideale. Avrebbe tanti
luoghi in cui giocare e
incontrarsi (26,3%) e un
ambiente urbano meno
inquinato (25,9%). Ci
sarebbero maggiori
occasioni di sport e
divertimento (13,4%), ma
anche eventi culturali
(11,8%), più parchi e
spazi verdi (11,2%) e un
numero maggiore di
vigili e poliziotti in
grado di garantire la
sicurezza nelle strade
(8,9%).
GLI ADOLESCENTI
Mai senza PC e
cellulare. I telefonini
(96,2%) e i computer
(93%) risultano essere
strumenti indispensabili
nella vita quotidiana
dei ragazzi. Solo il
3,2% e il 5,4% affermano
di non avere
rispettivamente il
telefonino o il PC. Così
come è oramai diffusa la
navigazione sul web:
nell’81,9% dei casi, i
PC sono collegati ad
Internet, mentre l’85,2%
dei ragazzi ascolta
musica con il proprio
lettore mp3. Non
conoscono ancora grande
diffusione i televisori
al plasma: il 66,5%
degli adolescenti non ne
possiede ancora uno.
Ragazze hi-tech. Il
97,9% delle ragazze
possiede un telefonino,
contro il 94,2% dei
maschi; l’87,3% possiede
un lettore mp3, contro
l’82,6% dei maschi. La
differenza si riscontra
in modo particolare
nell’uso di Internet:
l’84,7% delle femmine
afferma di avere il
proprio pc connesso alla
Rete contro il 78,3% dei
ragazzi. Inversione di
rotta nel caso delle
console portatili e dei
videogiochi: ne possiede
almeno una il 69,5% dei
maschi a fronte del 39%
delle ragazze.
Internet, Tv,
cellulari... una
generazione di
iperconnessi. Il 31%
degli adolescenti
utilizza il cellulare
fino ad un’ora al
giorno, il 15,3% da 1 a
2 ore, l’11,2% da 2 a 4
ore e addirittura il
30,8% dedica più di 4
ore della propria
giornata all’uso del
cellulare. Il 42,4%
guarda la Tv da 1 a 2
ore al giorno, il 24,7%
la segue mediamente da 2
a 4 al giorno e
addirittura il 9% la
guarda per più di 4 ore.
I ragazzi trascorrono
una parte consistente
della propria giornata
in Rete: il 26,5% naviga
fino ad un’ora al
giorno, il 22,5% da 1 a
2 ore, il 16,5% da 2 a 4
ore ed il 12,9% per più
di 4 ore al giorno. I
giovani ascoltano poi
musica con il proprio
lettore mp3 fino ad
un’ora al giorno nel
39,2% dei casi; lo
stesso tempo viene
dedicato al gioco con la
console nel 26,1% dei
casi. Il 32,2% e il
28,9% preferisce
trascorrere
rispettivamente fino ad
un’ora e tra una e due
al giorno guardando un
film con il proprio
lettore dvd.
Ragazzi nelle Rete. Il
33,8% degli adolescenti
ha incominciato ad
utilizzare Internet tra
i 9 e gli 11 anni,
l’8,9% addirittura tra 6
e 8 anni. Il 45,9%
afferma invece di aver
incominciato a
connettersi quando aveva
un’età compresa tra 12 e
15 anni.
Internet per tutti i
gusti. Internet è
utilizzato soprattutto
per la ricerca di
informazioni di proprio
interesse (90,5%) e di
materiale per lo studio
(80%). Diffusi inoltre,
il download dal web di
musica, film, giochi o
video (72,5%) e la
fruizione di filmati su
You Tube (69%). Diffusa
anche la consuetudine di
chattare (69,4%). Un
adolescente su due (50%)
comunica tramite posta
elettronica; il 51,9%
preferisce la lettura
dei blog. Meno frequenti
la partecipazione ai
giochi di ruolo (16,6%)
e la partecipazione ai
forum (18,3%). Internet
viene poi usato dai
ragazzi per giocare con
i videogiochi (38,9%) e
per fare acquisti on
line (21,7%).
Quando il rischio corre
sul Web. L’11,5% degli
adolescenti è stato
molestato o ha
dichiarato di aver
ricevuto proposte oscene
da un coetaneo; nel 7,7%
dei casi l’autore delle
molestie era un adulto
conosciuto in Rete. L’8%
degli adolescenti ha
incontrato in chat un
adulto che si dichiarava
suo coetaneo. Al 18,5%
dei giovani è capitato
di incontrare dal vivo
coetanei conosciuti in
Rete, mentre al 3,6% è
successo di conoscere
dal vivo adulti
conosciuti su Internet.
Frequentare chat e
community per conoscere
persone è il modo
utilizzato dal 42,9%
degli adolescenti,
contro il 55,2% che non
l’ha mai fatto.
Ma come reagiscono i
ragazzi se qualcuno
conosciuto in Rete li
infastidisce o li
molesta? Il 58,4%, per
troncare ogni contatto
con il soggetto
conosciuto in Rete,
evita la chat, il forum
o il sito dove l’ha
conosciuto (13%) o
comunque decide di non
rispondere (45,4%). La
soluzione adottata dal
19,8% degli adolescenti
è quella invece di
invitare il
“molestatore” a non dare
più fastidio. Pochi
preferiscono parlarne
con un adulto (3,1%) o
con un coetaneo (1,9%).
Il 2,2% è invece
convinto che non possa
accadere nulla e
continua la
conversazione.
Mamme e papà promossi in
informatica, con
riserva. I padri
(“abbastanza” e “molto”
rispettivamente nel 25%
e 17,3% dei casi)
risultano, rispetto alle
madri (“abbastanza” e
“molto” rispettivamente
nel 19,7% e 9,2% dei
casi), più preparati in
tema di computer e
Internet. Per questioni
generazionali è
comprensibile che siano
i nonni (“per niente”
nell’84,9% dei casi) a
non essere pratici di
computer e Internet e
che invece siano gli
amici quelli che ne
sanno di questi
strumenti tecnologici
(“abbastanza” e “molto”
rispettivamente nel
38,9% e 46,8% dei casi).
Anche il corpo docente
risulta preparato
“abbastanza” e “molto”
nel 48,1% e nel 10,2%
dei casi.
Sempre raggiungibili.
Solo il 3,8% degli
adolescenti non è in
possesso di un
cellulare, il 95,9% ne
ha uno. In particolare,
il 59,2% ne possiede
uno, il 14,5% ha un
telefonino Umts, il
12,6% è provvisto di un
video-telefonino e il
7,9% dispone di più di
un tipo di cellulare. Il
36,9% ha avuto il primo
cellulare tra i 10 e gli
11 anni, seguiti da
quanti hanno un
cellulare dall’età di
12-13 anni (26,9%) e da
chi invece ce l’ha da
quando di anni ne aveva
8-9 (22%). Il 4,9% dei
ragazzi dichiara,
inoltre, di aver
ricevuto un cellulare
tra i 6 e i 7 anni, il
4,4% tra i 14 e i 15
anni, il 3,4% in età
prescolare e solo lo
0,2% dopo aver compiuto
i 16 anni.
Ma a quali usi è
destinato un cellulare
nelle mani dei ragazzi?
Si usa soprattutto per
inviare sms (94,9%),
chiamare genitori
(94,5%) e amici (92,8%).
Altri usi comuni
interessano le
fotografie (86,6%), gli
squilli (83,6%), i
filmati (73,7%), gli mms
(55,2%) e i giochi
(46,7%). Meno frequente
l’abitudine di scaricare
loghi e suonerie
(11,4%), l’uso di
Internet (8,2%) e la
visione di programmi
televisivi (6,8%).
Se il 79,3% degli
adolescenti non ha mai
messo on line un video
amatoriale, l’11,6%
ammette di averlo fatto,
mentre un 7,3% rientra
nella cerchia di quanti
non sono avvezzi a
questa pratica, ma
solamente perché non
sono in grado di farlo.
Tra quanti hanno
risposto positivamente
alla domanda circa la
pubblicazione di filmati
girati con il
videofonino, il 43,4% lo
ha fatto perché trovava
il video bello, il 27,2%
per rendere partecipi
gli amici di quanto
filmato, l’8,5% per
cercare di diventare
famoso in Rete, il 3,7%
per prendere in giro i
ragazzi ripresi nel
video e lo 0,7% per
spirito di emulazione
rispetto alla cerchia di
amici.
Videogiochi violenti.
Che cosa fanno i
ragazzi? La percentuale
di quanti affermano di
non aver giocato con
videogiochi non adatti
(55,1%) supera di ben
11,3 punti percentuali
quella relativa al
gruppo di quanti
sostengono, al
contrario, di averci
giocato. La maggior
parte dei giovani
(34,2%) pensa che i
videogiochi violenti non
siano adatti ai bambini;
segue il gruppo di
quanti ritengono che la
violenza del videogioco
possa indurre effetti
negativi sul
comportamento (27,8%).
Un giovane su 5 circa
(20,1%) reputa
divertenti i videogiochi
violenti. L’11,6% degli
adolescenti pensa che il
videogioco violento
possa servire a fare
scaricare la rabbia
mentre il 5,5% che
induca nel giocatore un
senso di forza e
potenza. Riguardo ai
contenuti dei media, il
79,4% afferma di provare
poco (31,5%) o nessun
(47,9%) fastidio nei
confronti di mostri e
zombie (contro il 19,4%
che afferma il
contrario); il 70,2% è
disturbato poco (29,9%)
o per nulla (40,3%) da
scene di sesso sullo
schermo (contro appena
il 28,2% che ritiene di
essere turbato da
immagini del genere); il
67,3% è turbato poco
(30,9%) o per nulla
(36,4%) da immagini di
persone che litigano in
maniera accesa (contro
il 21,2% che afferma il
contrario); sangue e
ferite provocano poco
(30,2%) o nessun (35%)
fastidio secondo il
65,2% dei ragazzi
(contro il 33,2%);
volgarità e parolacce
inducono disturbo solo
al 35,4% degli
adolescenti, mentre il
restante 62,7% afferma
di provare poco (27,9%)
o nessun (34,8%)
fastidio innanzi a scene
del genere; il 61,2% ha
poi affermato di provare
poco (29%) o nessun
(32,2%) fastidio innanzi
a immagini di guerra
contro il 37,2% che si
dice molto o abbastanza
turbato.
Che cosa pensano gli
adolescenti del bullismo?
Il bullismo rappresenta
una prepotenza che si
ripete spesso (82,1%)
contro un compagno più
debole. Il 10,9% dei
ragazzi ritiene che si
tratti di un’azione
illegale. In pochi
minimizzano la gravità
di questi comportamenti:
il 3,7% parla di un
litigio o una presa in
giro tra compagni,
l’1,9% di un gioco tra
compagni. Le forme di
prevaricazione
sperimentate con maggior
frequenza sono le
provocazioni e/o prese
in giro ripetute
(21,6%), le offese
immotivate ripetute
(17,9%), i brutti
scherzi (14,4%). Gli
atti di bullismo di cui
i ragazzi si dicono più
raramente vittime sono
le percosse (2,8%) ed i
furti di denaro (4%).
Chi sono i bulli? Gli
adolescenti che
riferiscono di aver
subìto atti di bullismo
indicano come
responsabile soprattutto
un proprio coetaneo di
sesso maschile (11,2%).
Il 7,3% parla invece di
un ragazzo più grande,
il 7% di un gruppo di
maschi. Seguono una
coetanea di sesso
femminile (5,3%) ed un
gruppo misto (3,8%). I
maschi hanno subìto atti
di bullismo soprattutto
da parte di un coetaneo
maschio (14,9%), di un
ragazzo più grande
(11,3%), o di un gruppo
di maschi (9%). Le
femmine indicano invece
quasi con la stessa
frequenza un ragazzo
della loro età (8,1%) ed
una ragazza della loro
età (7,6%); segue un
gruppo di maschi (5,2%).
Quasi un adolescente su
quattro, vittima di
bullismo, afferma di non
aver reagito (24%). Il
17,7% ha detto al bullo
di smetterla, il 14,6% è
venuto alle mani con il
bullo; meno elevata la
quota di chi ha
avvertito un insegnante
o il Dirigente
scolastico (7,8%), i
propri genitori (6,5%) o
ha chiesto l’aiuto di
altri compagni (5,8%).
Omosessuali, stranieri,
disabili e “secchioni”:
le vittime predilette
dei bulli. I ragazzi che
non sanno difendersi
sono i più esposti agli
episodi di bullismo
(28,9%). Altri elementi
di vulnerabilità vengono
individuati dai ragazzi
nell’essere omosessuale
(18,1%) e
nell’appartenere ad
un’altra cultura
(15,3%), seguono
l’essere diversamente
abile (8,4%) e l’andare
benissimo a scuola
(5,7%). Sono invece poco
rilevanti, a giudizio
degli intervistati, la
scarsa avvenenza (2,1%)
ed un fisico gracile
(2,2%). Secondo il 12,5%
nessun ragazzo in
particolare sarebbe più
a rischio di altri.
Oltre un terzo dei
ragazzi intervistati
(36,9%) afferma di aver
assistito ad episodi di
bullismo nella propria
scuola, il 62,3%
dichiara invece il
contrario. La più alta
percentuale di ragazzi
che hanno assistito ad
atti di bullismo a
scuola si trova nelle
Isole: 48,1%, ovvero
quasi la metà del
campione considerato.
Valori più bassi si
registrano al Centro
(38,7%), al Sud (38,4%)
e al Nord-Est (38,1%),
mentre al Nord-Ovest i
ragazzi testimoni di
bullismo scolastico sono
meno numerosi (27%).
Qual è il comportamento
degli insegnanti? La
decisione prevalente
riguarda i provvedimenti
disciplinari, come note
o sospensioni (29,8%).
Il 18,8% dei docenti
rimprovera il
responsabile, mentre il
13,9% non si accorge di
nulla ed un altro 8,9%
non interviene. In altri
casi gli insegnanti
parlano con i genitori
dei bulli (9,5%) o si
rivolgono al Dirigente
della scuola (8,7%).
Le emozioni... La
reazione più comune
degli adolescenti,
quando assistono ad un
episodio di bullismo, è
la rabbia (40,7%),
seguita dalla pena per
la vittima (26%). Il
13,3% riferisce di
provare disapprovazione,
il 6,7% paura, il 5,8%
indifferenza. Sono
pochissimi i ragazzi che
affermano di provare
ammirazione (0,1%) o
invidia (0,3%) per il
bullo, oppure di
divertirsi (1,9%).
...e le reazioni dei
compagni a episodi di
bullismo. Ben il 21,4%
degli adolescenti
afferma che i propri
compagni si divertono,
il 15,5% che
disapprovano senza
intervenire, il 12,1%
che rimangono
indifferenti, l’11,4%
che disapprovano e
aiutano la vittima. Nel
7,7% dei casi i compagni
si allontanano per non
essere presi di mira,
nel 6,8% si spaventano,
nel 4,7% chiedono aiuto,
nel 2,5% danno man forte
ai bulli.
Che cosa fare? La strada
più efficace per fermare
il bullismo è punire i
bulli (29,5%); al
secondo posto si colloca
una soluzione che fa
leva sul sostegno
offerto dal gruppo alla
vittima (22,2%); al
terzo la richiesta di
aiuto agli adulti
(17,6%). Il 13,9% dei
ragazzi suggerisce di
parlare con il bullo e
convincerlo a non farlo
più; per il 5,6% occorre
invece dire alla vittima
che deve reagire.
Sms o e-mail offensive o
minatorie, creazione di
siti Internet sui quali
vengono diffuse immagini
o filmati compromettenti
per la vittima: sono i
mezzi utilizzati dai
bulli che agiscono
attraverso le nuove
tecnologie, i cyberbulli.
La maggior parte dei
ragazzi non ha mai
utilizzato Internet o il
cellulare per inviare o
diffondere messaggi,
foto o video offensivi o
minacciosi (93,7%),
mentre il 5,4% ha
dichiarato di averlo
fatto raramente (3%),
qualche volta (1,7%) o
spesso (0,7%). Più
diffusa la pratica di
diffondere informazioni
false su un’altra
persona: il 13,2% degli
adolescenti ha affermato
di compiere raramente
(9,6%), qualche volta
(2,3%) o spesso (1,3%)
azioni di questo tipo.
Il 10,8% utilizza la
Rete per escludere una
persona da un gruppo on
line.
I cyberbulli usano... Il
49,7% preferisce il
cellulare, mentre il
40,3% sceglie di
sfruttare la Rete. In
particolare, il 19% dei
cyberbulli agisce sulle
chat o attraverso i siti
di instant messaging
(9,5%); l’8,2% tramite
blog (3,8%), forum (2%)
e e-mail (2,4%); il 3,6%
fa il prepotente
attraverso giochi di
ruolo on line.
Anonimi...cyberbully. Le
vittime del
cyberbullismo lamentano
di aver ricevuto o di
essere venuti a
conoscenza
dell’esistenza di
informazioni false sul
proprio conto, trasmesse
tramite Internet o il
cellulare (22,5%);
all’8,5% sono stati
recapitati messaggi
offensivi o minacciosi,
mentre il 4,1% afferma
di essere stato escluso
da gruppi on line. La
maggior parte non ha
idea di chi possa essere
a perpetrare simili
azioni nei loro
confronti (37,6%). Tali
azioni vengono portate
avanti più spesso da
persone che la vittima
conosce poco (19,7%) o,
più raramente, da amici
e compagni di scuola
(11,4%).
A chi si chiede aiuto? I
ragazzi confidano più
spesso l’accaduto ad un
coetaneo (25,5%),
oppure, cercano l’aiuto
dei genitori (21,5%).
Molti invece
preferiscono non farne
parola con nessuno
(22,1%). Poca fiducia
viene riservata,
inoltre, agli insegnati
(il 7,2%) e ai fratelli
o alle sorelle (5,7%).
Chi non beve non si
“sballa”, non si
diverte, è fuori dal
coro. Il 51,5% dei
giovani dichiara di bere
alcolici qualche volta a
fronte del 38,8% di
coloro i quali non hanno
mai bevuto. C’è, poi,
chi ammette di “farsi un
bicchiere” spesso (7,8%)
o quotidianamente
(1,3%). Consumare
occasionalmente bevande
alcoliche è un’abitudine
più diffusa tra le
ragazze: il 55% di esse
dichiara, infatti, di
farlo qualche volta a
fronte del 47,2% dei
ragazzi. Questi ultimi
dichiarano invece di
assumere alcol spesso
(8,3% vs 7,4%) o
addirittura tutti i
giorni (2,4% vs 0,4%).
Bicchierino precoce...
La maggior parte degli
intervistati dichiara di
aver bevuto per la prima
volta un bicchiere di
birra/vino tra gli 11 e
i 14 anni (45,7%), il
24,8% dopo i 15 anni,
mentre ha vissuto in
tenera età questa
esperienza il 17,8% dei
giovani. Solo il 5,5%,
dichiara di non aver mai
bevuto un bicchiere di
birra o vino.
...ma soprattutto alle
feste. Gli alcolici si
bevono prevalentemente
in occasioni di feste e
ricorrenze (49,6%) o
quando si è in compagnia
di altre persone
(27,9%). Bevono perché
ne hanno voglia o
durante i pasti
rispettivamente il 16,3%
e il 3,9% dei giovani.
Guida in stato di
ebbrezza, no grazie.
L’83,1% dei ragazzi
sostiene di non essersi
mai messo alla guida di
un motorino o di un’auto
dopo aver bevuto
alcolici. È capitato
raramente o qualche
volta rispettivamente al
6,8% e al 5,2%. Da non
sottovalutare il 3,1% di
giovani ai quali è
capitato spesso di
guidare dopo aver
consumato bevande
alcoliche. Più prudenti
le ragazze: l’88,3% non
ha mai guidato dopo aver
bevuto, contro il 76,6%
dei coetanei maschi.
In macchina con un
ubriaco alla guida... Il
64,4% afferma che non
gli è mai capitato a
fronte del 16,8% e del
12,2% di chi si è
trovato in questa
situazione raramente o
qualche volta. I maschi
dichiarano, con maggior
frequenza, di non aver
mai accettato un
passaggio dal conducente
di un veicolo che avesse
bevuto alcolici (67,2%
vs 62,1). Per contro il
13,5% delle ragazze e il
10,6% dei ragazzi
affermano di averlo
fatto solo qualche
volta, mentre il 4,3%
delle prime contro il
3,9% dei secondi
dichiara di farlo
spesso.
L’84,3% degli
adolescenti non è mai
stato aggredito da un
coetaneo, rispetto al
10,5% che ammette di
esserlo stato, seppur
raramente, e il 3,5% che
dichiara di essere stato
vittima di aggressioni
da parte di altri
ragazzi solo qualche
volta. Lo stesso si può
dire per le aggressioni
subite da parte di un
familiare: 85,8% è la
percentuale di quanti
hanno risposto “mai”,
contro l’8,7% che
risponde “raramente” e
il 3% “qualche volta”.
Le aggressioni da parte
del partner, di adulti
sconosciuti o conosciuti
sono ancora più
insolite: il 93,3% non è
mai stato oggetto di
aggressioni da parte di
adulti conosciuti; il
92,6% non è mai stato
aggredito dal partner e
il 92% non ha mai
ricevuto attacchi da
parte di soggetti
sconosciuti.
La paura più grande?
Essere violentati. La
paura più frequente
risulta quella di essere
vittima di violenze
sessuali (17%), seguita
dal timore di essere
importunati da
sconosciuti (11%) e di
essere rapiti (9,7%). Le
paure più lontane dai
ragazzi sono, invece,
quella di essere
picchiati da altri
coetanei (il 62% non
l’ha mai provata) e
quella di essere
coinvolti in attentati
terroristici (il 60,6%
non l’ha mai provata).
Ma tutto sommato vivono
tranquilli... La
maggioranza degli
adolescenti riferisce di
non essersi mai sentita
in pericolo (51,6%). Il
47,2% dei ragazzi ha
però vissuto una
situazione di pericolo
mentre la percentuale
dei bambini non superava
il 38,3%. In situazioni
di pericolo solo il
29,7% dei ragazzi chiama
i genitori o un altro
adulto di fiducia. Il
23,1% degli adolescenti
parla con un amico. Nel
22,1% dei casi i ragazzi
si difendono da soli. Il
17,1% si chiude in se
stesso e non ne parla
con nessuno. Sporadici
sono i casi in cui il
soggetto si affida alle
autorità competenti
chiamando i numeri di
emergenza (1,7%).
Co.co.co.: convivenza di
collaborazione
continuativa. Per il
79,4% degli adolescenti,
uomo e donna dovrebbero
collaborare il più
possibile nella gestione
della famiglia o
mantenere una parziale
distinzione dei ruoli
(11,1%). Soltanto il
2,6% pensa che i compiti
domestici che spettano
all’uomo e alla donna
debbano rimanere
distinti. L’86% delle
ragazze ritiene
necessario che uomo e
donna collaborino,
contro il 71,2% dei
ragazzi.
Adolescenti per le pari
opportunità. Il 79%
degli adolescenti
ritiene che una donna è
in grado di svolgere
qualsiasi tipo di
attività lavorativa ed
il 75,9% si dice per
niente (56,5%) o poco
(19,3%) d’accordo sul
fatto che il successo
professionale sia
importante più per
l’uomo che per la donna.
Inoltre, il 67,5% è
favorevole al fatto che
le donne occupino
posizioni di rilievo
nella politica e nei
vertici aziendali.
Maternità, poi, non vuol
dire rinunciare al
proprio posto di lavoro
per il 62,2% degli
adolescenti che si
dichiarano molto (30,8%)
o abbastanza (31,4%)
d’accordo con tale
risposta, sebbene il
64,5% si esprima a
favore di una completa
realizzazione femminile
nell’ambito della
famiglia. Alla donna,
inoltre, spetta il
compito di prendersi
cura della casa (47,7%).
Le ragazze sentono di
poter essere brave a
svolgere qualsiasi tipo
di mestiere (86,6% vs
69,7%) e di poter ambire
ad occupare posizioni
importanti nel mondo
della politica e delle
aziende (80,1% contro
51,9% del sesso
opposto). I ragazzi,
invece, vedono
l’universo femminile
maggiormente proiettato
in un’ottica casalinga.
Il 55,6% sostiene, così,
che la cura della casa è
un compito che spetta
prevalentemente alla
donna (contro il 41,2%
delle ragazze), la quale
si sente realizzata
soprattutto nell’ambito
della famiglia (69,4%
contro 60,6%).
Uomini ai fornelli e
donne Presidenti? Gli
adolescenti dicono sì.
Nel 90,4% dei casi, non
è considerato “strano”
che un uomo si metta ai
fornelli, né che si
dedichi alla pulizia
della casa (65,1%).
Nessuna riserva, poi,
per la possibilità che
una donna si arruoli
nell’esercito o aspiri a
ricoprire la carica di
Presidente della
Repubblica
(rispettivamente il
70,3% e il 76,5% degli
intervistati). Inoltre,
il 59,2% non trova
inusuale che un uomo
studi danza e l’80,8%
che una donna giochi a
calcio. Sono gli
adolescenti, più delle
ragazze, ad avvertire
anomalo il fatto che un
uomo studi danza (46,3%
vs 33,9%) o che una
donna possa diventare
Presidente della
Repubblica (28,4% contro
il 17,5% delle
adolescenti che
condividono la stessa
opinione).
Buone maniere o
discriminazione? L’82,6%
dei giovani ritiene che
cedere il posto a sedere
o il passo ad una donna
sia un comportamento
cortese da adottare;
solo l’8,4% crede che si
tratti di un dovere,
mentre, per il 2,4%, è
un atteggiamento
superato o addirittura
una forma di
discriminazione
indiretta verso le donne
(1,5%). Riguardo alla
consuetudine che sia
l’uomo a pagare il conto
al ristorante, l’81,2%
degli adolescenti pensa
sia un comportamento
gentile da mettere in
pratica, oltre che un
dovere (13%). Solo per
il 2,6% si tratta di
un’usanza superata che
può costituire, in
alcuni casi, un
atteggiamento di
discriminazione nei
confronti delle donne
(1,5%).
L’omosessualità o
eterosessualità: è
sempre amore. Per il
35,6% degli adolescenti
l’omosessualità non
andrebbe criticata,
mentre il 24,9% è
indifferente rispetto a
questo argomento. Un
adolescente su 5 (20%)
ha affermato di
considerarla una forma
d’amore come
l’eterosessualità. È
immorale e contro
natura, invece, per
l’11,6% e solo l’1,9%
afferma che andrebbe
perseguita. Una coppia
omosessuale ha diritto a
sposarsi con rito civile
per il 47,6% dei
giovani, d’altra parte,
la maggior parte (52,8%)
ritiene che per una
coppia stabile di
omosessuali non sia un
diritto adottare un
bambino.
Come vedono il proprio
futuro? Il 56,7% dei
giovani nutre abbastanza
(43,6%) o molta (13,1%)
speranza di trovare un
lavoro sicuro ed
economicamente
soddisfacente (contro il
42,2% che al riguardo ha
poche speranze o
addirittura nessuna
speranza). Il 65,1% è
molto (21,4%) o
abbastanza (43,7%)
convinto che il futuro
riservi la possibilità a
ciascuno di trovare il
lavoro che più piace
(contro il 34% che
sostiene il contrario).
L’82,2% si dice molto
(30%) o abbastanza
(52,2%) sicuro di vivere
in futuro una vita
sentimentale felice.
Spera di realizzare i
propri sogni, infine,
oltre la metà dei
giovani (66,9%).
La speranza di un mondo
migliore? Un sogno.
Rispetto alla società,
il 52,4% degli
adolescenti nutre poche
(41,7%) o nessuna
(10,7%) speranza di
vivere in futuro in un
mondo migliore e il 68%
ritiene che vi siano
poche (51,1%) o nessuna
(16,9%) possibilità di
cambiare la società
grazie all’impegno
mostrato da ciascuno.
Fonte
Eurispes
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Contratto
con i ragazzi: il 3
settembre incontro con
Berlusconi
I figli dell'Anfn,
con Cino Tortorella come
garante, si apprestano a
"batter cassa" con il
premier. E propongono al
Forum Famiglie di sostenerli
Cino Tortorella,
ambasciatore ANFN dei
diritti dei bambini, ha
presentato alla commissione
mass media del Forum
Nazionale il Contratto dei
ragazzi italiani firmato dal
premier Silvio Berlusconi.
La lettera che accompagna il
Contratto invita le
associazioni riunite nel
Forum, a cui fa riferimento
un mare di 4 milioni di
persone associate, a riunire
le forze per ottenere
risposte concrete a queste
semplici richieste
ampiamente condivisibili.
Cari
amici del Forum,
il 27 marzo un gruppo di
ragazzi dell'Associazione
nazionale famiglie numerose
e dell'Antoniano di Bologna
ha inviato a tutti i
candidati premier, per le
elezioni del 13 aprile, il
documento che vi
alleghiamo.
Tale documento è
ritornato firmato dall'On.le
Pierferdinando Casini il 3
aprile e successivamente il
5 aprile dall'On.le Silvio
Berlusconi che ha da poco
assunto l'incarico di
formare il nuovo governo.
Vorremmo fare in modo
che l'impegno preso firmando
i sette punti del contratto
non resti soltanto un
espediente utile ad ottenere
qualche voto in più ma si
concretizzi in azioni decise
e in leggi in difesa dei
ragazzi e a sostegno delle
famiglie.
Tale scopo sarà
raggiunto soltanto se
riusciremo a costituire
tutti insieme – unendoci –
una forza che non lasci
indifferente la classe
politica.
Per questo chiediamo a
tutti coloro ai quali stanno
a cuore la salute fisica e
morale dei nostri figli, e
il loro avvenire, di fare
proprio questo documento e
di inviarci considerazioni e
suggerimenti per renderlo
più efficace.
Mario Sberna, presidente
ANFN
Cino Tortorella,
Ambasciatore ANFN
I ragazzi che hanno redatto
il contratto, si sono
riuniti in una associazione,
la ARAC – Alleanza dei
ragazzi per l'attuazione del
Contratto – e hanno nominato
Cino Tortorella, già
ambasciatore dei diritti dei
bambini delle famiglie
numerose, loro garante. La
prima decisione presa
all'unanimità è stata quella
di recarsi periodicamente –
appena scaduto il centesimo
giorno dalla formazione del
Governo – dal Presidente del
Consiglio per essere
informati su cosa intende
fare per onorare gli impegni
presi. Il primo di questi
incontri avverrà il 3
settembre 2008.
Leggi anche:
Famiglie numerose: i bambini
da Berlusconi ogni mese
Sara De
Carli (Vita.iT)

Le 7 promesse di Berlusconi ai
bambini
Il Presidente del Consiglio,
On. Silvio Berlusconi, ha
firmato un "mini-contratto"
con i piccoli cittadini
italiani.
Se ne è fatto portavoce l'amico di
tutti i bambini, Cino Tortorella, ambasciatore
dell’Associazione nazionale famiglie
numerose (Anfn) per la difesa dei
diritti dei bambini.
I punti sottoscritti sono:
1) Aiutare i genitori meno
abbienti che non fanno figli perché
costano troppo
2) Introdurre un sistema
fiscale che tenga conto del numero
dei componenti del nucleo familiare
3) Potenziare la scuola
pubblica e privata per migliorare la
preparazione degli studenti
4) Inserire nei piani
urbanistici spazi adeguati per il
tempo libero dei bambini
5) Reintrodurre le visite
mediche a scuola per tenere sotto
controllo l'obesità infantile
6) Far rispettare le leggi
sulle trasmissioni televisive adatte
ai minori
7) Aggravio e certezza della
pena per i reati di pedofilia
Oltre al Presidente del Consiglio il
"mini-contratto" con i piccoli
cittadini italiani è stato
sottoscritto anche dal leader
dell'UDC On. Pier Ferdinando Casini.
Si tratta senz'altro di un primo
importante passo per la costruzione
di una società, e di città, a misura
delle bambine e dei bambini.
Ci aspettiamo ora che il Patto sia
sottoscritto anche dal principale
leader dell'opposizione, On. Walter
Veltroni, e che sia prontamente
applicato e sviluppato, portando
avanti una politica sensibile alle
problematiche dell'infanzia e delle
giovani coppie.
I DESIDERI
DI BERLUSCONI PER I BAMBINI DEL
MONDO
Durante il vertice del G8, il 7
Luglio scorso, giorno della Tanabata,
festa delle stelle durante la quale
i giapponesi scrivono i desideri per
l’anno che verrà, il Presidente del
Consiglio, Silvio Berlusconi, ha
espresso il desiderio che: "Tutti
i bambini del Mondo possano vivere
una vita migliore".
Non possiamo che dar credito al
nuovo impegno di Berlusconi per i
bambini e aspettare di vedere come
vorrà tramutare i sogni in realtà.
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Sondaggio
dei Carabinieri: I
bambini li amano, temono
invece Internet e gli
Stranieri irregolari
I bambini hanno una
ottima percezione dei
Carabinieri,
considerandoli,
simpatici, seri e si
sentono sicuri con loro.
Hanno invece paura della
criminalità, degli
stranieri irregolari e
delle insidie che si
nascondono in internet.
Considerano tra i reati
più gravi l'omicidio e
il rapimento. E' quanto
emerge da un sondaggio
dei Carabinieri "Children
Satisfaction", che dopo
una sperimentazione a
Roma ora approda nelle
province italiane e La
Spezia e' la capofila.
Hanno le idee chiare i
1337 bambini tra gli
otto e gli undici anni,
"intervistati" nelle
scuole cittadine.
Il 97% di loro
riconosce subito i
Carabinieri; l'80% sa
come comporre il 112; il
77% ha fiducia nei loro
confronti e il 56% li
ritiene simpatici. Ma
dove si trovano le
persone "cattive"? Per
il 60% dei bimbi sono
per strada, mentre per
il 15% si trovano su
internet, molto più che
nel parco e al telefono.
I bambini poi si trovano
sicuri per il 51%
insieme ai genitori e
per il 37% quando sono
in compagnia dei
militari dell'arma.
Hanno una buona
percezione anche del
crimine: Il 51% ritiene
l'omicidio il reato piu'
grave, mentre il 27%
rapire una persona. La
paura maggiore la
provano per i ladri e la
delinquenza in genere
(49%) e a seguire nel
rischio di essere
investiti (24%). Ma cosa
chiedono ai Carabinieri?
Per il 23,3% la tutela
delle fasce deboli, per
il 16,8% vincere la
criminalità, per il
15,7% una presenza più
massiccia di forze
dell'ordine ad esempio
davanti alle scuole e
per il 7% più controlli
sugli stranieri
irregolari e i nomadi.
Nel loro quartiere
metterebbero al bando,
droga (14,3%),
criminalità (14,7%) e
stranieri (10,3%); il
4,9% dei bambini vuole
invece impianti di
video-sorveglianza.
Infine alla domanda "da
grande vorresti fare il
Carabiniere" rispondono:
Si per il 13,8%, forse
per il 48,7% ma
categoricamente no per
il 37,5%. (AGI)
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Legambiente: “Una città a misura delle bambine e dei bambini non esiste", ma...È stato presentato il dossier “Ecosistema bambino 2008”, l’undicesimo rapporto di Legambiente sulle politiche di partecipazione per l’infanzia degli enti locali. L’indagine annuale stila la classifica dei capoluoghi di provincia italiani che si sono distinti negli interventi a favore della partecipazione degli under 14. I parametri presi in considerazione vanno dagli strumenti utilizzati dai comuni per favorire il ruolo attivo dei ragazzi alla vita cittadina (Consulte giovanili, Consigli comunali dei ragazzi, incontri con le istituzioni), alla partecipazione attiva (progettazione partecipata, consultazione dei bambini), dalla presenza di strutture e uffici dedicati ai giovani presenti sul territorio, ai servizi (Musei, eventi, teatri) e alle iniziative di promozione culturale e sociale a servizio dei piccoli cittadini (riviste per ragazzi, guide della città, corsi, laboratori etc.). È Torino a guadagnare quest’anno il titolo di città più adatta alle esigenze dell’infanzia. Sul “podio” anche Ravenna e Roma, che si trovano rispettivmente al secondo e terzo posto. E le città della Toscana? Firenze è tra le prime posizioni nella graduatoria (sesta), buoni risultati anche per Livorno che si posiziona al nono posto e per Pistoia (dodicesima).
La classifica 2008
Torino – dicono da Legambiente – vince per aver dimostrato di essere dotata di uffici comunali competenti, capaci di dare continuità ai progetti rivolti ai ragazzi nel corso del tempo nonostante i cambi di giunta. Viene segnalata l’esperienza del laboratorio “Città sostenibile”, un organismo che vede coinvolti più assessorati per promuovere qualità della vita urbana e partecipazione dei bambini. Ravenna si dimostra la migliore tra le città di una regione tradizionalmente attenta alle politiche sociali e quindi anche a quelle dedicate ai più giovani, ma anche per aver saputo integrare, in seno ad Agenda 21 piani d’azione junior e adulti sul tema della sostenibilità. Roma primeggia per la ricca offerta di stimoli e iniziative culturali, per i progetti dentro e fuori dalla scuola: “Città come scuola” ha coinvolto 150mila studenti. Modena viene premiata per l’ampiezza di iniziative e la continuità dell’impegno a favore dei bambini: con il progetto “Conosci l’energia” i ragazzi possono diventare energy manager per ridurre i consumi e l’inquinamento a casa e a scuola.
Dieci anni di ricerca
Insieme all’edizione 2008 del Rapporto, Legambiente ha anche voluto tracciare un bilancio dopo dieci anni di indagine. Il dossier è scaricabile interamente all’indirizzo:
http://www.legambientescuolaformazione.it/news.php?id=67 e contiene tutti dati regione per regione. Ad emergere è una speciale “top ten” che sul decennio vede Modena al primo posto, quindi Pistoia, Torino, Pesaro, Siena, Piacenza, Belluno, Reggio Emilia, La Spezia e Firenze. “Una città a misura delle bambine e dei bambini non esiste – ammettono da Legambiente. Ma dopo dieci anni di Ecosistema Bambino siamo almeno in grado di immaginarla”. Secondo l’associazione, questa città ideale “si troverebbe in una regione come l’Emilia Romagna: dove i tanti servizi, tradizionalmente di qualità, si completano con alcuni strumenti che favoriscono la partecipazione dei bambini allo sviluppo del territorio”. E gli uffici tecnici? Si troverebbero a Torino, mentre la cornice migliore per le attività, sarebbe Roma, per la qualità culturale del territorio. Il cuore di questa città invece si troverebbe in Sicilia, a Caltanissetta, dove i giovanissimi sono stati coinvolti in un percorso partecipato di educazione alla legalità e alla cittadinanza attiva. Un gioco di immaginazione, certo, ma che tutto sommato – dicono i curatori dell’indagine – rispecchia la storia dei dieci anni di Ecosistema Bambino. Al primo posto nella classifica decennale si colloca Modena, per essere stata in grado di garantire maggiore continuità nell’impegno e ampiezza di iniziative in un contesto, tradizionalmente attento alle politiche sociali (Piacenza 6°, Reggio Emilia 8°, Ravenna 13°). Anche la Toscana si segnala per essere una regione molto attenta ai bambini. Oltre a Pistoia, che si colloca sul secondo gradino del podio, nelle prime posizioni figurano anche Siena (5° posto), Firenze (10°), Livorno 1 (4°). Seguono Torino, Pesaro (fra i primi a credere nella partecipazione infantile attraverso i Consigli comunali dei ragazzi), Siena (che ha prodotto, fra l’altro, il “Piano regolatore delle cittine e dei cittini”), Piacenza (dove i ragazzi hanno condizionato scelte importanti sulla mobilità sostenibile). Tra le prime dieci in classifica figurano un gruppo di amministrazioni del centro-nord (Belluno, Reggio Emilia, La Spezia e Firenze), il che mette in luce un netto sbilanciamento. La prima città del sud, infatti, è Napoli (19°). Solo negli ultimi anni – riconoscono i curatori dell’indagine – si è assistito ad un risveglio del Meridione testimoniato da alcune città, fra cui Caltanissetta e Cagliari, che realizzano esperienze positive.
La Toscana nel dossier
Ecco un estratto di “Ecosistema bambino 2008 – 10 anni di ricerca” in cui si parla della Toscana. “Pistoia si è contraddistinta per essersi mostrata fin dal primo anno piuttosto avanzata in fatto di apertura alla partecipazione dei bambini e soprattutto per aver mostrato una volontà costante e persistente nell’investimento sulle politiche per l’infanzia. Dotata di assessorato, ha promosso consulte giovanili sulle politiche urbane, sociali e culturali (Idee e progetti per vivere la città da protagonisti), attività di adozione del territorio e dei beni culturali, ha lavorato fortemente alla realizzazione di iniziative aggregative, di animazione culturale, mostre e rassegne di teatro e cinema. Anche nelle città di Arezzo, Prato e Siena, durante questi dieci anni le amministrazioni hanno perseguito la strada della partecipazione diretta delle giovani generazioni riuscendo, seppur a volte con alti e bassi, a mantenere elevata nel tempo la qualità del proprio intervento. Nota speciale per Firenze in quanto simbolo di un’effettiva evoluzione e un conseguente cambiamento in tema di politiche per l’infanzia. Firenze nel 1997, primo anno del rapporto, in graduatoria si posiziona tra le peggiori: non è dotata di uffici comunali, commissioni e assessorati specificatamente rivolti all’infanzia, i progetti di partecipazione sono ridotti ad iniziative di conoscenza del patrimonio museale. Già dall’anno successivo si registrano dei piccoli cambiamenti che condurranno verso un netto miglioramento: dapprima l’istituzione di un assessorato e un ufficio per l’infanzia, poi l’investimento su progetti di adozione dei monumenti e la creazione di strumenti idonei per chiedere ai ragazzi come vorrebbero la propria città. L’attenzione rivolta al mondo dell’infanzia e le politiche avviate e sostenute negli anni hanno consentito alla città di Firenze di accreditarsi tra le prime posizioni della graduatoria. Esempio positivo di un grande centro che è riuscito a non minimizzare quella parte di politica che si occupa di giovani bensì a valorizzare il protagonismo delle bambine e dei bambini nella vita cittadina. Attraverso la collaborazione con associazioni no profit ha realizzato vari progetti partecipati (Le chiavi della città, Poke ma regole), azioni di adozione del territorio (Le bambine e i bambini cambiano la città), ha istituito organi di consultazione dei più piccoli (Consiglio Comunale dei ragazzi, progetto sperimentale Amicincomune)
Scarica il documento integrale di Ecosistema Bambino 2008
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INFANZIA:
A DUE
DONNE IL
PREMIO
UNICEF
DALLA
PARTE
DEI
BAMBINI
E'
andato a
una
pedagogista,
allieva
ed erede
di Maria
Montessori,
e alla
"madre"
di
10.000
orfani
del
Burundi
il
premio 'Unicef
dalla
parte
dei
bambini'
2008. Il
presidente
della
sezione
italiana
dell'agenzia
Onu ha
consegnato
il
riconoscimento
a Grazia
Honegger
Fresco e
Marguerite
Barankitse,
la prima
per
"aver
dedicato
la sua
lunga
vita ad
aiutare
i
bambini
e i
genitori
nel
difficile
compito
della
crescita,
costituendo
numerosi
centri
educativi";
la
seconda
poiche'
"nella
follia
dei
massacri
in
Burundi
ha
accolto
e
salvato
migliaia
di
bambini
restituendo
loro
dignita'
e
speranza
nel
futuro".
Il
premio,
istituito
dall'Unicef
Italia
nel 1999
in
occasione
del
decennale
della
Convenzione
Onu sui
diritti
dell'infanzia,
e' un
riconoscimento
annuale
creato
per
rilanciare
i
contenuti
della
Convenzione
e per
premiare
chi,
ente o
individuo,
"si sia
distinto
nella
battaglia
quotidiana
per la
tutela
dei
diritti
dei
bambini
in tutto
il
mondo".
Durante
la
cerimonia
e' stata
assegnata
anche
una
'Segnalazione
speciale
segretariato
sociale
Rai-Unicef
Italia'
al
Centro
Esagramma,
"precursore
nel
campo
della
riabilitazione
di
bambini
e
ragazzi
affetti
da
disagi
fisici e
mentali,
attraverso
il
formidabile
strumento
della
musicoterapia
individuale
ed
orchestrale,
per
l'efficace
azione
formativa
svolta".
Tra i
vincitori
delle
passate
edizioni
del
Premio
Unicef:
l'ambasciatore
italiano
Francesco
Paolo
Fulci e
il clown
francese
Miloud
Oukili
(Romania);
la
presidente
del
Parlamento
dei
ragazzi
Hortense
Bla Me e
il
"maestro
di
strada"
Marco
Rossi
Doria;
il
presidente
del
Centro
Projeto
Axe' di
Salvador
de Bahia
Cesare
de
Florio
La Rocca
e
l'associazione
israeliano-palestinese
'Neve'
Shalom/Wahat
as-Salam';
la
fondatrice
del
Centro
per i
bambini
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