
Il
circo capovolto
di Milena Magnani
(Feltrinelli)
Un
campo rom all’estremo
confine di una città. Si
intravedono fabbriche in
disarmo, tangenziali,
supermercati. Come un
villaggio con leggi e
lingua proprie, il campo
viene visitato
episodicamente da
polizia, operatori
sociali, autoambulanze.
C’è un capo
naturalmente, burbero,
diffidente, violento.
Quando arriva
l’ungherese Branko,
l’accoglienza è fredda:
deve restare ai margini
fangosi del campo.
Eppure a sera gli si
fanno intorno i bambini,
incuriositi dal suo
grosso baule. Vogliono
conoscere la sua storia.
Ogni sera, fuori dal suo
rifugio di lamiere,
Branko ne racconta un
pezzo. Una storia di
circo e di guerra, di
acrobati e campi di
sterminio. Branko è
l’inconsapevole
discendente di una
dinastia di circensi. Il
nonno, tradito da quello
che credeva essere un
amico nell’Ungheria
della Seconda guerra
mondiale, ha perso la
vita insieme a tutta la
sua famiglia in un campo
di prigionia. Il padre
di Branko, unico
sopravvissuto, ha celato
al figlio le proprie
origini. Ma il passato
torna a galla, e Branko
ripercorre le orme del
nonno.
Scrive Milena Magnani
del suo romanzo: “il
tema centrale è il
porrajmos,
l’olocausto rom, ma
anche la possibilità di
rivendicare una cultura
troppo a lungo
dimenticata e offesa. Io
l’ho scritto per rendere
omaggio a tutti gli
artisti nomadi, i
funamboli, i
saltimbanchi, i
musicisti viaggianti che
sono scomparsi a
Auschwitz Birkenau, a
Mathausen, a Bergen
Belsen e in tanti altri
campi ancora. Ho scritto
per loro e per i bambini
che oggi giocano nelle
acque dei canali, vicino
alle baracche, in mezzo
alle pance dei lenzuoli
stesi. La verità è che
si continuano a
stabilire linee di
confine. Senza aver
fatto nulla perchè
capiti, ci si trova
collocati di qua o di là
da una recinzione. Però
io dico che si deve
provare a camminare
sopra la recinzione,
calpestandone il filo
spinato, in un eterno
sconfinamento”.













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