|
L'albero delle
pere
"si diventa dementi
all'improvviso"
"può un film fare questo?
Questo scambio di battute la dice lunga: in
effetti il nuovo, attesissimo film della Archibugi
può sconcertare.
Ci sono diversi motivi per cui "L'albero
delle pere" resta una bella occasione
mancata, o meglio un vero e proprio buco
nell'acqua: il desiderio dell'autrice di
affrontare svariati argomenti finisce per
spazientire anche il più temerario degli
spettatori e in un'orgia di citazioni colte (da
Socrate a Ungaretti, figuriamoci!), di
inchiesta-verità alla Wenders ("Nick's
movie"), madri tossiche e figli allo sbando,
Siddharta moderni drogati dai computer,
spacciatori ed ex mariti balordi, sieropositivi e
pellegrini, la Archibugi scivola in un amalgama
pretenzioso e caotico che ammicca a Kieslowski
(didascalie e virtuosismi tecnici) ma a tratti
sembra lei stessa a non volersi prendere troppo
sul serio: ecco, allora, tracce della
"commedia rosa" alla Pieraccioni, tanto
per "alleggerire" temi così
sconvenienti.
Ma quando ci crede veramente, non si ferma mai:
con punte di kitsch e comicità (involontaria)
come il volo su Roma, il pellegrinaggio a San
Giovanni Rotondo (se non sbaglio), l'incontro con
un sieropositivo "vero", il funerale
interattivo. Ma è ancora nulla al confronto, se
si pensa che l'ex marito della Golino (padre di
Siddharta) è un balordo capellone fin da quando
lei non si "faceva" mentre ora il suo
partner è un Dionisi elegante come un manager:
l'abito non fa il monaco, d'accordo, ma mi riesce
difficile immaginare che un tipo del genere, tutto
profumi e abiti firmati, si sia messo con una
tossicodipendente...Siamo noi ipocriti o guardiamo
semplicemente in faccia la realtà?
Un argomento così complesso, come quello della
famiglia e della tossicodipendenza (ma anche
dell'affidamento dei figli dopo un matrimonio
fallito) avrebbe potuto essere materia per il
potenziale miglior film della Archibugi. Invece,
l'appiattimento televisivo ed il gusto del
paradosso rovinano tutte le buone intenzioni della
regista de "Il grande cocomero".
Peccato: la sincera e disperata confessione di
Siddartha davanti alla psicologa (e la bravura del
protagonista) rappresenta un (raro) momento di
autenticità che preferisco segnalare come prova
di un'occasione in parte perduta.
tratto da un testo scritto da Luca D'Antiga |
 |